Tutti i figli di Dio hanno le… mani
Oct 22nd, 2006 by Stefano
Indice di lavoro
Vorremmo ora prospettare un modo sano di stare accanto al malato, approfondendo la convinzione che è il nostro lasciarsi guarire ad abilitarci a stargli accanto.
Dopo aver sgombrato il campo da due equivoci, esploreremo la metafora della mano come organo del contatto e della cura. La nostra mano però è una mano “inaridita” quando abbia perso il contatto con la Sorgente della vita. Dovremo dunque lasciarcela risanare sempre di nuovo e scoprire così come la nostra mano risanata può mettere il malato che accompagnamo nell’esperienza del pellegrinaggio al centro dell’assemblea.
La differenza e l’ipoteca
Sgombriamo dunque il campo da due macroscopici equivoci che incontriamo spesso nel nostro lavoro di formatori alla relazione sana. Esplicitiamo il primo con le parole incisive di una psicoterapeuta laica, Valeria Ugazio: «il più grande peccato del nostro tempo è concepire l’uguaglianza come abbattimento delle differenze». È vero, abbiamo paura delle differenze: dirmi sano mentre accompagno un malato appare perlomeno di poco buon gusto, perfino spudorato; e così mi infilo nelle strade labirintiche del “siamo tutti uguali”, di quell’uniformità omogeneizzata in cui riconoscere i propri talenti (dieci o due o uno) è una specie di peccato sociale. «Io non sono diverso da te», appare una bandiera di solidale uguaglianza che ci mette sullo stesso piano, mentre non ci accorgiamo dell’avvertimento evangelico che un cieco non può guidare un altro cieco. È così che ‑ è solo un esempio paradossale anche se purtroppo reale ‑ in una comunità per terminali di AIDS (di cui sono stata supervisore) una infermiera volontaria tutta presa da questo mito della non-differenza si portò a casa (sic) un quarantenne terminale di AIDS con le infezioni opportunistiche correlate e contagiose, perché perdutamente innamorata, con la volontà di salvarlo e la scommessa della loro uguaglianza, della non differenza tra sana e malato; fortunatamente lo “restituì” (parole sue) alla comunità, chiedendo perdono delle sue paure a riconoscersi sana. La paura della diversità ci insegue nei luoghi più impensati, là dove presupponiamo (ed esigiamo con violenza) che l’altro funzioni come me, perché appunto sta davanti a me non come un tu, ma come un altro me. E questo si insinua oggi anche nel cuore della vita di coppia dove la differenza (con tutte le sue conseguenze, talora scomode) non viene celebrata, anzi aborrita: «Siamo troppo diversi!» appare una sorta di dichiarazione di morte del rapporto, invece che la buona notizia che ci chiama fuori dalle nostre feriali volontà di omologazione, di sentirci al sicuro da ogni cambiamento. Il nostro essere diversi (cioè sani rispetto al malato) non è dunque un affronto all’altro, qualcosa da nascondere; anzi, come vedremo, è qualcosa che lo aiuta a collocarsi nel posto che gli spetta, e cioè nel mezzo dell’assemblea.
Ma c’è un secondo inganno da cui sgombrare il campo, che viene, più o meno consapevolmente, trasmesso come codice altruistico, di cui perfino essere grati. Ecco un esempio: Rita sa tutto dell’infanzia infelice della mamma, allontanata da casa e messa in collegio per problemi di miseria e di maltrattamento familiare. Da sempre la bimba ha sentito la canzone: «io sto bene, se stai bene tu», «Io sono felice, se sei felice tu»; e così, rispetto all’immane sofferenza della madre, lei non si poteva permettere nemmeno un pianto, poiché sulle sue piccole spalle era posto il peso di far star bene, di far felice la mamma. Per la madre che aveva posto nella figlia la sua ragione di vita e di riscatto, la bambina diventava, inconsapevolmente certo, “materiale per me”; alla bimba non era permesso di essere altro da ciò che mamma esigeva come significato e risarcimento delle sue antiche ferite «meno male che ho avuto te, tu sei tutto per me». E così, ora, Rita, trent’anni, non sa se dire il suo sì all’uomo che vuole vivere con lei, non sa se mettere sul proprio matrimonio l’ipoteca della felicità della madre. Se un umano (la madre di Rita nel nostro caso) mette sulle spalle di un altro umano la sua ragione per vivere (Uno solo è la ragione per cui vivere!) gli sottrae libertà e canto alla vita e alla speranza; a poco a poco lo paralizza, toglie ossigeno al rapporto, perché la condizione per essere amato è quella di far felice l’altro; distorsioni narcisistiche (cosa stiamo insieme a fare, se non mi fai felice?) cui la cultura-ambiente ci spinge, perché abbiamo bisogno sempre più di puntelli per la nostra sicurezza, a causa di rapporti sempre più precari, provvisori, “aggiustati addosso” alle esigenze di ciascuno. Talora anche l’accompagnatore, con sfumature certo meno massicce, può mettere sulle spalle del malato un “fammi vedere se sei contento di me, fammi vedere che stai bene con me, se no chi sono io per te?” E - al di là delle buone intenzioni ‑ si fa strada un sottile terrorismo: il tuo star bene (o il tuo essere alleggerito, contento) misura me. Siamo nel mondo del “figlio pagella”, il figlio i cui risultati certificano la bontà o meno dei genitori; non vorremmo ci fosse il “malato-pagella”, che diviene misura della bontà degli accompagnatori. Di nuovo, al di là delle buone intenzioni di tutti.
La condizione per stare accanto
Come dunque pensare la nostra tesi che non è il malato in primis ad essere guarito, bensì l’accompagnatore? E che soltanto il riconoscersi malato-che-spera-di-guarire è lo statuto che lo pone accanto al malato, il quale non solo non coincide con le sue malattie, ma chiede di essere ammesso nel posto che gli spetta, e cioè nel mezzo della nostra rete di aiuto?
Il come dice già una condizione che esprimiamo con un’immagine marciana: il riconoscere la propria “mano inaridita”, intensa e calda espressione popolare per dire una mano che ha perso il contatto con la sua sorgente e per questo diviene arida, non trasmette il contatto della vita. Gustiamo l’intensa scena dal Vangelo di Marco che ci aiuta a riflettere su come le nostre mani, organo del contatto e della cura, sono diventate magari efficienti, ma frettolose e indurite, aride… e magari, lo diciamo sottovoce, sanno fare grandi gesti di vicinanza all’altro, nell’entusiasmo del momento, poi si irrigidiscono quando è un familiare da raggiungere nella sua ferialità e nei suoi momenti di debolezza. «Accarezzi più i tuoi “handy” che me!», brontolava sordamente un figlio dodicenne. Rispondergli: «è che tu non te le meriti le mie coccole, finché sei così svogliato e pigro» è una bestemmia alla vita: nessuno può meritarsi una carezza, un contatto buono: eppure è di questi che viviamo.
Gustiamoci dunque questa narrazione breve che dice molte cose sul chi è del malato.
«Entrò di nuovo nella sinagoga. C’era un uomo che aveva una mano inaridita, e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. Egli disse all’uomo che aveva la mano inaridita: “Mettiti nel mezzo!”. Poi domandò loro: “È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?”. Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell’uomo: “Stendi la mano!”. La stese e la sua mano fu risanata. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire» (Mc 3,1‑6).
Questa guarigione avviene in un contesto singolare: nella sinagoga e in giorno di sabato; vi sono quelli che si dispongono ad osservare che cosa sta per succedere: di fronte a uno che ha un chiaro deficit fisico, una paralisi alla mano, che farà Gesù? Vi sono esegeti che immaginano che questo malato non sia lì per caso, ve l’hanno portato per mettere alla prova l’adesione alla legge del sabato da parte di Gesù. Il sabato per gli Ebrei (la domenica per i cristiani) è il settimo giorno, il giorno che interrompe lo scorrere dei giorni feriali, il sei più uno, il ritmo per dare tempo a Dio, per riconoscerlo Signore della vita. Osiamo: il pellegrinaggio non è una sorta di settimo giorno, giorno che interrompe la ferialità, il grigiore-peso del tempo? Non è il tempo che ci è dato per lasciarci istruire dal Signore della vita? Ma il sabato-pellegrinaggio è stato caricato di troppi i pesi, regole e regolette o efficienze varie: può diventare una sorta di steccato, schiavitù, somma di doverismi e così dimentica di sciogliere il canto alla vita. Ma Gesù non ci lascia in balia dei nostri idoli feroci, i quali pretendono che siamo “a posto”, che diventiamo massa obbediente o perlomeno “bravi bambini” che meritano approvazione.
Che sta per fare ora Gesù? Il “buon senso” direbbe di rimandare a domani la guarigione per non interrompere il riposo sabbatico, le regole collaudate. Del resto, una paralisi alla mano non è niente di urgente, si può benissimo dire a costui «Domani, adesso no». Ma la scommessa non a caso è proprio la scommessa sul significato del settimo giorno: e lì nel tempo di Dio che diventiamo più umani. È lì che possiamo lasciare scorrere di nuovo la vita nella nostra mano inaridita: non per l’efficienza, la pretesa di fare tutto, ma per avere il tempo di diventare carezza di Dio per l’altro.
«Mettiti nel mezzo» dice Gesù. Strano. La nostra malattia, i nostri limiti, i nostri problemi vorremmo nasconderli, non vogliamo gli occhi degli altri su di noi. Eppure è lì che ci colloca Gesù, perché è nella rete dei fratelli che possiamo essere guariti. Di più, il mezzo, il cuore dell’assemblea è il suo posto (quando due o più sono riuniti nel mio nome, io sono nel mezzo). Il centro, il cuore è occupato dal mio bisogno di cui Lui non ha paura, anzi vi si identifica; Lui è la mia paura, la mia piccolezza, la mia inadeguatezza: per salvarla. Solo così posso stare nel mezzo. Solo così Gesù può annunciare che «è lecito fare il bene» nel tempo di Dio.
«Stendi la mano!» mi dice; occorre avere fiducia, occorre obbedirgli. Se l’uomo dalla mano inaridita avesse risposto: «ma non vedi, Signore, che non sono capace? Non vedi che la mia mano è rattrappita, rigida, ritirata, che ha ormai rinunciato ad essere il modo urgente da non rimandare a domani che Tu hai trovato per trasmettere le tue carezze silenziose, per desiderare e toccare mio fratello? L’uomo invece «la stese». Non dobbiamo fare di più: la stese. Senza processi, autoanalisi scomode o pigre, del tipo «non sono capace, non mi viene, non me la sento, non è spontaneo, non vale».
La stese «e la sua mano fu risanata»: c’è una contemporaneità insperata, efficace. “Risanata” è una mano che lascia passare la vita. Ciascuno di noi ha bisogno di essere toccato da una mano risanata.
La nostra narrazione breve ha ora una conclusione inquietante per dire che una mano-risanata non è un evento da favoletta, sorrisini, sentimentalismi e sdolcinature. C’è una “e” lì nel testo che non può lasciarci tranquilli, una “e” che indica una connessione che non possiamo bypassare: «e tennero consiglio contro di lui per farlo morire». Una mano risanata è pagata a caro prezzo, una mano risanata è uno scherzo che il mondo non capisce, che non può inglobare: una mano inaridita è congruente ai nostri gesti meccanici funzionali, perfetti e raffinati magari, ma che non salvano nessuno. Risultato: se ti lasci risanare la mano e a tua volta raggiungerai l’altro che ha la mano inaridita, finirai con il “perdere la vita”; ci sarà qualcuno che congiura per la tua morte, che non ti capisce, non ti ringrazia, equivoca il tuo gesto. Qualcuno che vorrà farti fuori, quando chiederai al fratello “mettiti nel mezzo” e avrai il coraggio di prendere su di te la sua malattia, il suo limite, la sua assenza di speranza; e lo toccherai con l’umiltà e con la gioia di chi ha sentito di nuovo scorrere la vita nella sua mano inaridita.
I segni della mano risanata
Come dunque mettere nel mezzo il malato e avere il coraggio di donargli un gesto della nostra mano risanata?
Ecco i segni che la mia mano è risanata:
▬ sono libero dal dove raccattare conferme, dal mostrarmi bravo nella “sindrome da salvatore” in proprio;
▬ sono libero dalla paura di non essere accettato, dalla paura di essere confrontato perché ho fatto esperienza che la mia mano risanata è proprio mia, non confondibile, non omologabile con quella di qualcun altro;
▬ sono libero di entrare nel luogo del dolore, là dove ogni croce è in qualche modo conosciuta, senza essere spettatore svilito, ma anche senza sostituirmi o istigare l’altro.
▬ Sono libero dal dare al malato i miei tempi e cioè le pretese che la guarigione abbia i modi, le tappe, le manifestazioni che dico io, che voglio io; sono libero di dare il mio tempo senza prevaricare e senza tirar fuori bollette.
▬ La mia mano risanata è perciò libera di accogliere i due estremi: l’assurdità del dolore e la vicinanza di colui che ci pone al centro dell’assemblea.
L’esperienza estrema della malattia
L’esperienza di noi umani ci insegna che la più grave malattia che possa colpire una persona, malattia della mente anzitutto, ma anche tangibilmente malattia del corpo, è la disperazione. La disperazione è il luogo in cui il tempo non passa più, in cui tutto (i rapporti, le responsabilità) è visto come ineluttabile, in cui il grido dell’anima è «non c’è più niente da fare» e tutto si immobilizza, tutto viene risucchiato nel buco nero della disperazione. Qui il malato non ha più futuro, vive nel tempo chiuso, atroce: se ne sente prigioniero, come uno cui si chieda di stare immerso in un tunnel senza speranza, senza uscita, senza luce. Come sia potuta accadere questa fascinazione (propria del fascino della distruzione e della morte), del rinchiudersi nella tomba della disperazione, non sta a noi giudicare. Sta a noi “mettere nel mezzo” chi è disperato, e toccarlo. Ho in mente una giovane diciottenne che si taglia, pur pateticamente disinfettando il taglierino. Dice: «Dalla ferita inizia ad uscire il sangue e alla fine del taglio si forma come una lacrima». Questa giovane ha bisogno di essere toccata, abbracciata; ha bisogno non di giudizi e di prediche, ma di una carezza silenziosa che la raggiunga là, nel tempo chiuso in cui è precipitata. E forse non basterà una carezza, ci vorrà una catena di carezze di chi la pone nel mezzo, si fa carico della sua disperazione e con mano risanata la conduce alla speranza. Stendere per lei la mano, dove il per significa in suo favore e anche in nome suo è l’unico modo per condurla alla speranza. Sì, ci vogliono i tecnici di fronte all’immane peso della disperazione; ma non bastano. Occorrono i molti che osano sperare per lei; i molti che hanno combattuto la loro buona battaglia contro il risentimento, l’ultimo nemico. Quello che suggerisce la stessa monotona e mortifera storia: «Non vedi? Non sei stato amato! Non hai ricevuto ciò che ti spettava, sei orrendamente solo nella tua rabbia».
La mano risanata che osa toccare questa malattia disperata risponde - non con le parole, ma con la vita - “Sì, sono stato amato”, non come avrei voluto, non magicamente in modo da risparmiarmi le sofferenze: non mi consegno al non senso, alla puzza che emana dalla morte della speranza. Ho trovato la vita, là dove mi si presentava con un volto ignoto, perfino ignorato o sconvolgente. «Ho paura che mi rimanga poco tempo, diceva Salina, una giovane morta per Aids, una - come dico in Ritorno a casa - viva, assolutamente rinnovata nel suo amore alla vita. Poco tempo per che cosa? Per dare quello che non ho dato, per gustare quello che non ho gustato, per i sorrisi che non ho sorriso, per le canzoni che non ho cantato… La vicinanza concreta della malattia per lei diventa un «futuro concentrato», immagine scovata da lei, a nove mesi dalla morte, per dire la speranza. Sì, la speranza è un futuro concentrato e allora ciò che prima era scolorito prende risalto, viene toccato dalla passione della speranza; lei che prima era così ben demotivata, incolore, lasciata andare, depressa, ora sa esultare. «Si può sorridere perché uno ti ha venduto il biglietto del tram? Si può sorridere perché la vecchia vite dietro casa ha messo tre, dico tre, grappoli al sole?»[1].
La speranza, ci dice Salina, non è oltre o perfino nonostante la disperazione, ma nasce proprio dalle sue ceneri: il flusso della memoria che prima era “tossico” si apre al futuro attraverso il tempo che ora ci è dato. Il tempo del pellegrinaggio, cioè del nostro essere ospiti e non rapinatori della vita. È vero, i figli di Dio hanno le mani sempre di nuovo inaridite e sempre di nuovo risanate e in questo movimento diventano l’organo non ambiguo del desiderio di Dio per ciascuno di noi. La passione di Dio di metterci nel mezzo e di guarirci è indefettibile; per questo possiamo riconoscere la nostra mano come risanata, senza temere la differenza, senza confonderci nell’anonimato del “stiamo tutti male” e senza pretendere di porre sulle spalle dell’altro l’onere della propria felicità.