La relazione d’aiuto nella sofferenza: chi è il malato?
Oct 22nd, 2006 by Stefano
La relazione con il malato è una co-costruzione
Ogni relazione si co-costruisce, al contrario di quanto sostiene spontaneamente il “piccolo psicologo” che pensa sempre di rispondere a chi è veramente l’altro e a che cosa l’altro immette nella relazione. Noi diciamo che, infatti, il “piccolo psicologo” assume sempre un atteggiamento da osservatore esterno e si metta cioè al di fuori della relazione, come se dicesse: «io osservo soltanto dall’esterno»; vale a dire, afferma in maniera del tutto ingenua: «Io non c’entro!»[1]. In altri termini, “reifica la relazione” attribuendo le caratteristiche (spiacevoli, quasi sempre) della relazione (di noi due) solamente all’altro.
A parte il fatto che non sarebbe una buona notizia che a ciascuno di noi fosse possibile accostarsi alla relazione senza esserne coinvolto (in quanto nasce da tale coinvolgimento la solidarietà dell’accompagnamento), questo atteggiamento finisce con il formulare giudizi sul soggetto che hanno tutto il sapore del… giudizio universale che sclerotizza e le difficoltà relazionali!
Proviamo a spiegarci meglio usando le prime battute di un testo del Watzlawick che dall’epoca della sua pubblicazione continua ad essere il manuale iniziale per ogni terapeuta della famiglia: «Anzitutto, c’è una proprietà del comportamento che difficilmente potrebbe essere più fondamentale e proprio perché è troppo ovvia viene spesso trascurata: il comportamento non ha un suo opposto. In altre parole, non esiste un qualcosa che sia un non‑comportamento o, per dirla anche più semplicemente, non è possibile non avere un comportamento.
Ora, se si accetta che l’intero comportamento in una situazione di interazione ha valore di messaggio, vale a dire è comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare. L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro.
Dovrebbe essere ben chiaro che il semplice fatto che non si parli o che non ci si presti attenzione reciproca non costituisce eccezione a quanto è stato appena asserito. L’uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in una tavola calda affollata, o il passeggero d’aereo che siede con gli occhi chiusi, stanno entrambi comunicando che non vogliono parlare con nessuno né vogliono che si rivolga loro la parola, e i vicini di solito “afferrano il messaggio” e rispondono in modo adeguato lasciandoli in pace. Questo, ovviamente, è proprio uno scambio di comunicazione nella stessa misura in cui lo è una discussione animata.
E neppure possiamo dire che la comunicazione ha luogo soltanto quando è intenzionale, conscia, o efficace, cioè quando si ha la comprensione reciproca»[2].
Potremmo anche dire di più la costruzione della co-comunicazione ci vincola. Borges ha scritto: «Ho eseguito un gesto irreparabile, ho stabilito un legame»; questa frase contiene un ribaltamento valoriale tra il piano delle cose e il piano delle relazioni. Mentre il “piccolo psicologo” ritiene stabili le prime ed evanescenti e precarie le seconde, Borges marca che è invece la relazione ed il legame che ne segue ad essere irreparabile, ad essere un fatto senza ritorno[3].
La relazione con il malato
Ogni malato “mi” parla di precarietà, malattia e morte; infatti la sua precarietà mi presenta quel limite per antonomasia che è la morte. E immediatamente questo diventa un problema esistenzial/teologico, che “spontaneamente” io vorrei tanto non dover risolvere in continuazione.
Allora la sua precarietà mostra me a me stesso:
- non voglio vedere il malato perché altrimenti… (come ci ha detto Borges, stabilisco un legame con lui e… con la morte!);
‑ e in questa relazione con lui devo riconoscermi impotente;
- e immediatamente dietro a questo sentimento di impotenza si attaccano tutti i miei limiti più o meno colpevoli, che evidenziano ancor di più la mia incapacità: non ho parole, non ho gesti, dovrei chiedere a lui come posso aiutarlo altrimenti io non lo so (cioè farmi aiutare da lui ad aiutarlo)!
- Mi scopro quindi “malato”, come lui segnato da una precarietà che la mia vita, cosiddetta sana, forse mi permetterebbe di nascondere ai miei e ai suoi occhi se… non ci fosse lui!
- Insomma, una cosa è certa, nella relazione con lui, davanti a lui nasce il mio comportamento nell’aiuto e, quanto più lo riconosco come mio, tanto più riesco a monitorarlo.
L’autenticità della relazione con il malato
Da quanto abbiamo detto, da questo come lui, nasce “l’autenticità”, come casa comune in cui si sviluppa la relazione accompagnatore/malato.
La Parola ci indica la strada che la psicologia ci conferma: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). La Scrittura ci dice qui che nella povertà stessa dell’incontro si manifesta la forza dello Spirito, che rincuora lui/me. Infatti, ritrovando in Cristo la propria unità, siamo entrambi «rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,27‑29).
Come avviene questo?
La domanda è pragmatica, ma in fondo ben nota ai vangeli dal fiat di Maria, alle perplessità di Nicodemo o dei discepoli… Non si può, infatti, conoscere in anticipo la risposta (come ogni esperienza solamente intellettuale ci promette); al contrario è una domanda che ci rimanda per la risposta al mistero della realtà. «Venite e vedete le opere di Dio » è un Leitmotiv che parte dal Salmo 66 e percorre il Vangelo. Non c’è allora qualcosa da dire, e la Parola rimanda all’esperienza, al nostro atteggiamento verso la vita e l’esperienza.
Il nostro approccio all’esperienza non si improvvisa. Madre Teresa riusciva a vedere ogni volta nel volto dell’emarginato morente il volto di Dio, ma ogni volta poteva fare questo perché era una contemplativa: cioè non sapeva già il suo Dio a memoria (l’accompagnatore è in un vicolo cieco se tutto suona risaputo e non si aspetta qualcosa di nuovo).
Il nostro approccio all’esperienza nel suo aspetto della precarietà è infatti imbastito dalla nostra lotta quotidiana contro la paura postmoderna della vita e della morte, dal nostro non voler incontrare la realtà di chi soffre per paura che l’incontro mostri un aspetto della realtà che ci sia fatale, non gestibile, non controllabile. La rilettura del Pascoli in chiave postmoderna (e non tardoromantica) ritrova questa paura già in una famosa poesia che abbiamo tutti studiato a scuola, L’aquilone: “felice chi ha incontrato la morte prima di conoscerla!” (e quindi felice chi si è sottratto al “venite e vedete”!)[4].
Al massimo l’uomo può avvicinarsi al limite e alla malattia attraverso la possibilità di narrarsi in modo nuovo e attingere anche a metafore nuove che lo avvicinano alla verità della morte e della vita. E chi ha il coraggio di avvicinarsi al malato, ha bisogno di esprimere l’inesprimibile, il mistero che va oltre alla comprensibile razionalità. Mi diceva un’amica di una vecchia signora che visitava al ricovero e che nonostante la situazione contingente in cui viveva, mostrava il suo misterioso attaccamento alla vita.
Vorrei portarvi una metafora che a me personalmente è di grande conforto. L.Boros ritrova nella morte la speranza con la metafora del cristianesimo primitivo di una morte narrata attraverso la metafora della nascita. «Se si vuole, descrivere simbolicamente l’avvenimento della morte, bisogna ricorrere decisamente al simbolo della morte degli antichi cristiani, l’immagine della nascita. Nella nascita il bambino viene, per così dire, ti-rato a forza dal chiuso del seno materno, è costretto ad abbandonare ciò che lo proteggeva, l’abituale sicurezza; egli subisce un completo “trapasso”. Nello stesso tempo gli si apre un mondo grande, nuovo, il mondo della luce, dei colori, dei significati, dell’essere assieme e dell’amore. Nella morte avviene qualcosa di simile per l’uomo: a forza vien tratto fuori dalle strettoie della sua precedente esistenza nel mondo; contemporaneamente egli perviene ad una nuova relazione al mondo, autentica, estendendosi fino dove si estende l’universo stesso. L’uomo quindi nella morte veramente scade nel senso di un annullamento, di una sottrazione violenta del suo essere corporale-mondano; nello stesso tempo discende fino al fondamento in cui il mondo affonda le sue radici»[5]. Potremmo ancora immaginare che come genitori e parenti aspettano il neonato, così ci aspettino coloro che ci hanno preceduto nel passaggio.
Un’altra immagine molto bella della relazione con la malattia e la sofferenza ci viene da un classico di Nouwen, Il guaritore ferito[6]. La relazione autentica con il malato comprende, per dirla con Nouwen, sia un guaritore che si lascia ferire, sia un malato che contribuisce a ferire e guarire.
Un guaritore (pensiamo qui all’accompagnatore) che non avesse preso contatto con la precarietà della sua esistenza ferita, sarebbe una persona così superficiale, da non aprirsi che… ad un rapporto superficiale. Ci sono casi, infatti, in cui aiutare un malato in un suo bisogno corporale può sembrare al sano superficiale e limitato. Sappiamo bene invece che in questi casi che l’aiuto dato potrebbe essere così empatico e profondo da rendere quel servizio assolutamente teologico. Viceversa, non è detto che i grandi discorsi di vita e di morte che sembrerebbero a prima vista profondi, non possano essere sviluppati in una interazione accademica o gestita dall’alto (e quindi superficiale).
Il volontario che visita il malato che sta per morire è aiutato a riflettere sulla propria morte che è altrettanto certa («Grazie a te ho riflettuto sulla mia morte e la mia vita e mi sono accorto che…»)[7] ed è molto vicino all’autenticità del “ti aspetto” che va oltre la morte stessa e che Nouwen propone nel testo citato[8] al presunto accompagnatore cristiano, quando esamina il caso di una persona sola che morirà in un intervento.
Questo “ti aspetto” che si allarga oltre la vita e ravviva fin d’ora la comunione dei santi, potrebbe addirittura rovesciarsi. Io porto in cuore l’ultimo saluto di don Michele che io e mia moglie eravamo andati a trovare con un lungo viaggio, tre giorni prima della sua morte imminente. Salutandomi mi disse: «Arrivederci», e vi assicuro che questo suo saluto che mi sorprese mi accompagna ancora.
Un ultimo sviluppo
La ricerca dell’autenticità nella relazione tra accompagnatore e malato va mantenuta nella fatica di costruire la cordata tra operatori. Il gruppo dei volontari si aiuta a sperare (e quindi a non conformarsi alla paura generata dalla disperazione) fondando la propria speranza nel Risorto e facendone esperienza nel loro essere Chiesa. Infatti
‑ non si dà esperienza del Risorto se non nella Chiesa
‑ il Nuovo Testamento non conosce i profeti isolati del Primo Testamento;
‑ anzi il mandato della guarigione è dato ai Dodici e viene ribadito che vengono mandati in missione a due a due. Infatti da quando Dio si è fatto uomo l’uomo nuovo ha il potere di guidare il fratello, ma non da solo!
L’arte della manutenzione dell’autenticità in un gruppo NON è spontanea; ci è ben noto il comportamento della suora d’ospedale che viene lasciata da sola a sopportare il peso delle relazioni con i malati e diviene sgarbata e scostante. Oppure conosciamo tutti l’esempio del giovane che, pieno di begli ideali, compie errori di valutazione, blandisce/illude inutilmente il malato, lo copre di teorie, non vede quando è stanco e non sa fare silenzio pur restandogli accanto. Nouwen dice che questo volontario “gioca con carte false”[9].
Tutti gli accompagnatori allora devono imparare una forma di “monitoraggio di gruppo” nello stare accanto alla sofferenza con speranza.
Anche dal punto di vista psicologico questo “stare accanto” non da soli è importante. Uscirà a gennaio con la San Paolo nella PEF, un testo che ho scritto con un grande psicoterapeuta con il titolo: L’aiuto alla famiglia, Guida per gli operatori volontari [10]. Matteo Selvini ed io siamo partiti da questa constatazione: molte persone (che magari si collocano in una relazione di aiuto al malato) lontane dalla realtà scientifica della terapia, fanno la fantasia di non aver bisogno di una supervisione. Spesso abbiamo colto nei corsi di formazione per volontari, più o meno esplicite, osservazioni che significavano: «Se devo sembrare competente, devo essere autosufficiente!».
Gli psicoterapeuti conoscono invece benissimo la funzione che ha il supervisore, consultato dallo psicoterapeuta durante un trattamento di psicoanalisi o, nelle terapie sistemiche, collocato dietro allo specchio unidirezionale ad osservare la relazione tra terapeuta e cliente. Cioè questi tecnici sanno che la loro competenza non è sminuita da uno spazio di confronto e di supervisione.
Come potrebbe essere questo spazio per gli accompagnatori?
Noi riteniamo che un gruppo di volontari dovrebbe avere riunioni a scadenze programmate, rigidamente obbligatorie per tutti coloro che intendono prestare la loro opera come volontari sotto un comune denominatore.
Sarebbe auspicabile che un gruppo di volontari si organizzasse chiamando un esperto per la supervisione, ma molto spesso questo non è possibile o, almeno, non è possibile regolarmente.
Il solo fatto di trovarsi assieme a riflettere sui casi che incontrano, a riflettere sul loro essere in cordata… costituisce una forma di supervisione che porta molti benefici sia verso gli aiutati, sia verso gli stessi partecipanti, il cui benessere psichico, espresso evidentemente nei termini relazionali del servizio che rendono, è un investimento assolutamente importante da curare in termini di benessere relazionale.
Purtroppo sono ancora eccezioni i gruppi di volontariato che pensano bene di investire in questo senso, poiché spesso questa esigenza è divorata dalla scarsità di tempo e dalla mole del bisogno. Rinverdire allora la teoria del “servo inutile” sarebbe oltremodo utile!
anch’io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto…
Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!
[10] Gillini G., Selvini M., L’aiuto alla famiglia, Guida per gli operatori volontari, San Paolo, PEF 1, Cinisello Balsamo (MI) 2007.
Gilberto Gillini