Intervento di:Dr.Mario Melazzini Presidente AISLA
Oct 21st, 2006 by Alessandro
Grazie per l’invito è l’opportunità.
E’ molto difficile, ora, parlare dopo le parole di Don Franco, che ho avuto il piacere di conoscere un paio di anni fa, e soprattutto dopo che il vescovo ha dato questi bellissimi spunti. Quando qualche mese fa mi fu chiesto se avevo voglia di venire a portare la mia esperienza al convegno giovani OFTAL, ho pensato un attimo cosa posso venire a dire io a questi giovani, a questi volontari ricchi e vogliosi di aiutare.
Lo spunto mi è venuto dal titolo del convegno “Maestro il tuo amico è malato”.
Con la mia esperienza vi faccio questa domanda, che può essere spunto di riflessione: consideriamo il malato come una persona in difficoltà ma chi è realmente il malato? Ce lo siamo mai chiesti veramente?
Il malato è chi è costretto su una carrozzina, a una chemioterapia per un tumore, a medicine; riflettiamo su questa cosa.
Ma vediamo un po’ la mia esperienza. Mi aggancio a quello che ha detto Don Franco: il principio fondamentale è la formazione, per me c’è un momento formativo, io devo solo imparare.
Chi vuol fare del bene si può formare, ma non esiste una scuola precisa dove imparare, deve venire da qualcosa dentro di noi.
Io ora ho 48 anni e non mi sono mai soffermato, nella mia vita, a considerare quanto fossi fortunato sotto tutti i punti di vista: ho una famiglia meravigliosa che mi ha supportato, ho dei figli meravigliosi, ho una professione che mi ha dato tante soddisfazioni (tanto è vero che a 39 anni ho avuto la fortuna di vincere un concorso che mi ha portato ad essere primario), questo lo dico ora, prima non lo dicevo. Era arroganza o presunzione che tutto ciò che arrivava mi era dovuto, poi improvvisamente tre anni e mezzo fa mi è arrivata addosso una compagna di viaggio: questa malattia.
Premetto che a 45 anni, all’inizio della malattia, non avevo neanche avuto un’influenza e pensavo che noi medici eravamo immuni e che la nostra missione era quella di curare gli altri.
Mi ricorderò sempre quel giorno: mi accingevo a fare il giro dei pazienti in reparto, nel corridoio era stranissimo inciampavo con il piede sinistro, non ci feci assolutamente attenzione, ero attivo, facevo molto sport, lavoravo parecchio fino a quando questa difficoltà diventò sempre più ingravescente.
Mi decisi solo dopo quattro o cinque mesi (perché noi medici ci dividiamo in due gruppi il primo quelli che appena hanno un minimo dolorino fanno mille esami, e quelli che pensano di essere più coraggiosi) quando non riuscii più a fermare questo dolorino decisi di chiedere consiglio ad un collega.
Sono arrivato ad avere questa diagnosi: Sclerosi Laterale Amiotrofica.
La sigla è SLA una malattia neurodegenerativa che colpisce le cellule neuronali chiamate motoneuroni, che portano gli impulsi a tutti i muscoli volontari come: il movimento dei piedi, delle mani, la parola, riuscire a deglutire regolarmente, fino a quelli importanti come la respirazione.
E’ una malattia molto strana, i medici abituati alle statistiche dicono che nel 75% dei casi non si superino i tre/quattro anni. Questo è ciò che dice la medicina.
Quando il mio collega disse che avevo questa malattia mi crollò il mondo addosso, come al più dei pazienti; perché spesso quando ti rivolgi al paziente usando termini importanti lui annuisce solamente senza capire ciò che realmente gli stai dicendo. Questo è ciò che faccio anche io. Quando mi disse ciò che avevo, mi prese lo sconforto cosa feci?
Decisi nella mia presunzione che non era il caso di continuar a lottare, allontanai chi mi voleva bene, mia moglie, gli amici e mi dedicai molto al mio lavoro.
Avevo la presunzione di dire la “faccio finita” e di farmi aiutare da qualcuno per farlo.
Perché ragionavo da medico non da uomo, ragionavo come corpo che ha l’arroganza di decidere quando iniziare, quando finire e quando continuare.
Sono sempre stato uomo di fede, ho pregato molto, ma in quel momento mi sono arrabbiato. Le solite domande: “perché a me?”
In quel momento ho avuto la fortuna di avere accanto a me due persone che mi hanno aiutato, con cui mi sono sempre confrontato anche nei momenti più importanti.
“Adesso io cosa faccio ?” ho investito tutto nella mia fisicità nella mia carriera nel mio lavoro e ora a 45 anni sono destinato a rimanere immobile, in un letto, completamente bloccato, legato alle macchine, ma soprattutto con la mente sempre lucida; perché questa malattia non toglie assolutamente le funzioni cognitive
Loro come risposta mi dissero: “prendi tempo, leggiti qualcosa” e mi consigliò il libro di Giobbe. Ho deciso di andare sulle montagne, da solo, per circa un mese, la Bibbia è rimasta sul comodino. Comincia, poi, a leggere il libro di Giobbe, soprattutto la bellissima introduzione con la descrizione di quest’uomo che ha tutto dedicato a Dio e alla sua famiglia e che un giorno gli si pongono delle sfide, fino all’ultima: un ulcera.
Da li ho cominciato a leggerlo tutto, fino quando capii l’importanza di vivere in qualsiasi condizione; l’essenza propria di vivere.
Sono sicuro che essermi confrontato e poi essere stato da solo mi abbia dato la forza e da li la mia vita è cambiata. Posso dire di aver avuto una vita nuova e di essere stato fortunato anche se è giunta la perdita delle mie funzioni: le due gambe, le braccia, far fatica a parlare, il dovere dipendere da strumenti alternativi per potersi alimentare; ma ho imparato ad apprezzare quanto sia bella la vita e soprattutto ho imparato cosa sono le cose importanti.
Io fino a 45 anni penso di non avere capito nulla, ringrazio Dio, anche se sembra paradossale, che sia arrivata questa mia malattia; perché vi posso garantire che si può vivere bene anche con le nostre disabilità accettando quello che si ha in questi momenti.
Due grandi cose la malattia mi dato: prima di tutto ho riscoperto dei valori semplici.
Noi abbiamo bisogno degli affetti, degli amici,di una moglie, dei figli ed è importante indipendentemente da come siamo far sentire loro che esistiamo.
Io mi sono sempre negato di aver bisogno di qualcuno, mentre noi amici malati, abbiamo bisogno degli altri. Questo dipendere dagli altri non significa che dobbiamo dipendere fisicamente dagli altri. Quando qualcuno ci da una mano è una cosa bellissima, significa che esistiamo per loro e siamo importanti. Sono piccole cose che diamo per scontato ma sono fondamentali.
All’inizio dicevo che noi sani vediamo il malato solo esclusivamente come una persona in difficoltà fisica, ma mi sono accorto che il malato ero io. Ora mi sento una persona sana, sono una persona sana dentro e ho la fortuna di aver raggiunto questo equilibrio interiore.
Questo lo dico grazie alla preghiera, grazie ai miei pazienti, a chi mi è stato vicino.
Come ho conosciuto l’OFTAL?
Io ho fatto tutta la trafila da barelliere a medico. In un’altra associazione “sorella”.
Ho avuto la fortuna qualche anno fa di conoscere una persona nel mio lavoro.
Io ero già malato e con questa persona si è instaurato un bellissimo rapporto medico-paziente e d’amicizia. Questa mi ha fatto conoscere l’oftal. E’ un bellissimo mondo; andare a Lourdes tutto cambia, io l’ho vissuta da barelliere, da medico e da ammalato; tre momenti bellissimi e incredibilmente formativi.
Quello che si acquisisce in quei pochi giorni, che poi sono tanti (non si fa tempo ad arrivare che già si riparte) è enorme. La silenziosità che è lo stare di fronte alla grotta trasmette tanta benzina. Una carica per poter vivere bene, per poter raccontare la nostra esperienza come uomini per tutto l’anno successivo io non l’ho mai trovata se non lì. Vi dirò di più: la forza che si riesce a trovare, l’ho sempre trovata nei miei pazienti, ma è da quando sono stato là che ho la fortuna di aiutare i miei compagni di malattia. E’ la forza che ci danno i malati, una forza incredibile.
I malati raramente li trovo malati; sono persone sorridenti e se non sorridono con la bocca lo fanno con gli occhi. Tutto questo deriva dal cuore; la fortuna che avete voi volontari di andare a Lourdes ed essere vicini ai malati e disabili è importante. Ognuno prenderà le proprie strade però terrete nel cuore queste esperienze bellissime.
Si parla molto di volontariato, a volte è un po’ un espressione di narcisismo; però se si fa con il cuore se non esiste una sigla di volontariato allora esiste un obiettivo comune, quello di fare del bene agli altri con strumenti diversi.
La cosa veramente bella, la fortuna di noi malati, è di poter apprezzare le piccole cose belle della vita. Se io dovessi elencare le cose negative, che mi ha portato via la malattia le elencherei solo dal punto di vista materiale: per esempio mangiare e lavarsi da soli. Ma ho la fortuna, rispetto a tanti compagni, di riuscire a parlare ancora e a comprendere questo dono; e spero di essere la voce di chi non riesce a parlare.
Se io facessi l’operaio, o un impiegato di banca, non potrei più lavorare;e non so se sarei così o se sarei ancora felice di vivere
Ma ho la fortuna di essere un medico, perché la missione del medico la si fa con la testa.
La cosa assurda, però, è che noi esseri umani dobbiamo passare dall’altra parte per capire i bisogni del paziente. Noi medici ragioniamo in termini di malattia, ma se trattiamo la malattia a seconda del tipo di malattia che abbiamo davanti possiamo o vincere o perdere, ma se trattiamo il malato indipendentemente dalla patologia che ha e dalle medicine vinciamo sempre, anche se il malato lo perdiamo, perché si crea un legame che vince la malattia.
Noi medici malati abbiamo creato una consulta, con esposto al Ministro, per far in modo che nel percorso formativo dello studente di medicina ci sia la possibilità di studiare il rapporto con il paziente anche in termini di comunicazione.
Vi lascio con un messaggio: è bello fare le vostre settimane in cui trascorrete 24 ore al giorno con i malati. Però fate attenzione che i malati non sono solo quelli che sono sulle carrozzelle ma, permettetemi, sono anche le persone sane che hanno dentro la loro tristezza. Quindi fate che la vostra forza, la vostra volontà, la vostra gioia di vivere aiutino queste persone.
Una cosa di cui ho fatto tesoro è che diamo per scontato quanto sia facile alzarsi dalla sedia , bere dal bicchiere, accarezzare la nostra moglie e i nostri figli; invece questo può venire a a mancare.
Il fatto che nonostante ciò possiamo essere aiutati, che qualcuno ci abbracci perché noi non possiamo farlo; questi gesti che io malato dico a cuore aperto e a voce alta grazie.
E’ bello farsi aiutare è bello per me essere qui perché è stato un momento di formazione importante, perchè la vostra forza, la vostra voglia di vivere me la state trasmettendo e prego il buon Dio di riuscire a essere ancora con voi e incontrarvi al pellegrinaggio conclusivo dell’ OFTAL.
non si può commentare questo intervento… parla direttamente al cuore di ciascuno e muove tantissime domende e considerazioni, troppo intime per poterle esporre… Una cosa però mi è chiara: non posso non essere felice di avere l’opportunità di confrontarmi con la mia povertà grazie all’incontro con i nostri “malati”. Grazie a tutti, grazie ai nostri “maestri sulle orme de Maestro”.
Ciao, questo intervento è una ricchezza incredibile per tutti coloro che lo hanno ascoltato o che lo leggono, è una fonte di parole davvero bellissime che messe cos’ insieme esprimono semplicità e gioia.
Trova corrispondenza nel cuore e riempie la testa di idee concrete
Grazie al buon Dio esistono persone così al mondo…
DIALOGO APERTO CON MIA MADRE
È l’ora del dopopranzo.
Io mi trovo
a dialogare apertamente
con mia madre:
“Mamma,
perché, da bimba,
m’hai portata
in quel lontano Istituto fiorentino?
Il luogo era splendido,
(era una villa signorile ed antica),
ampie erano le stanze
ed immenso era il giardino.
Distante ero dal tuo cuore materno. Ricordi?
Non mi mancavano l’affetto ed il rispetto,
ma austera era la disciplina
e molte erano le regole da seguir.
M’hai portata, certo,
per farmi del bene,
per offrirmi la più completa libertà ed indipendenza,
e non m’hai mai abbandonata.
Spesse volte mi venivi a trovar,
lasciando a casa la mia gemella ed il papà.
Viaggiavi, in treno, nella notte fonda,
perfin la luna ti stava a guardar,
e quanto sonno per me hai perduto….
Ed al mio pianto s’era unito il tuo.”
La mamma mi ascolta
in silenzio, sorridendo,
ma parlan i suoi occhi verdi e vivi,
mi richiamano alla mente
l’antica e famosa strofa:
“Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare…
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatal andare…
Sette fiasche di lacrime ho colmate…”
Concludo il lungo dialogo,
tra lacrime e sorriso,
abbraccio stretta la mamma
e le dono un bacio.
Silvana Pagella
Grazie! Un saluto.
Mario Melazzini
Sempre coraggio, caro professore, noi siamo amici. La vita sotto
tutti gli aspetti, anche i più negativi, ha un valore inestimabile.
Lottiamo insieme!
Ti mando il mio blog.
www.suoniarticolati.splinder.com
Con stima ed amicizia.
Silvana Pagella
LA MIA BIOGRAFIA
Mi chiamo Silvana Pagella. Nacqui sana, tra le accoglienti pareti domestiche, in seguito ad un parto settimino e gemellare, inaspettata, la sera del 20 febbraio nel 1959, a Spinetta Marengo, frazione di Alessandria.
Il giorno seguente divenni cianotica, forse, per un danno causato dall’incubatrice, e, probabilmente, sarà per questo motivo che restai gravemente spastica. Intanto, dentro di me, la vita pulsava, mentre il destino mi preparava a lottare.
Nonostante le mie moltissime difficoltà motorie, espressive ed uditive non volli arrendermi, ed armata di volontà e coraggio ottenni parecchio.
A sei anni, mia madre, mi condusse a Firenze, in un maestoso Istituto per bimbi spastici “Anna Torrigiani,” sulle antiche e ridenti colline di Fiesole. Ivi restai cinque anni e soffrii per la
distanza dal mio nido e dalla mia famiglia.
Venni curata, amorevolmente, dall’equipe del noto professor Adriano Milani Comparetti, fratello maggiore dello scomodo e famoso prete fiorentino: don Lorenzo Milani.
Frequentai le scuole elementari, imparai a camminare ed acquisii una certa autonomia.
Rincasata dal Collegio nel 1970, compii lentamente e privatamente altri studi, al par d’una principessa dell’ottocento.
Nel 1998, una paresi colpì la parte destra del mio già gracile fisico e mi costrinse all’ausilio d’un deambulatore.
Ora, le mie condizioni si sono stabilizzate e sto discretamente bene. Amo l’arte, la musica, la letteratura nazionale e straniera, le poesie di ogni poeta….ed io stessa ho composto, nell’arco di venticinque anni, più di mille poesie.
Grazie al computer che mi è di grande aiuto.
Partecipo, tramite Internet, a vari Concorsi Poetici.
I versi raccolti in questo piccolo libro, sono, solo, una particella di me, dove io rievoco la mia lontana infanzia, i miei preziosi ricordi, le persone che amo e che ho amato, soprattutto la nonna paterna perché fu proprio lei che m’insegnò a vivere. Infatti, è alla nonna Angela che ho deciso di dedicare queste pagine.
Per coloro che terranno tra le mani le mie poesie sarà come se prendessero in mano me.
Auguro a tutti tanta serenità nel cuore ed ogni Bene al mondo intero.
Silvana Pagella
Amo la vita, così, come mi è stata offerta e sono lieta, malgrado la mia avversità.
Anche chi soffre e chi è debole ha il diritto d’esistere, di sentirsi amato ed accolto.
Ciò che importa, nella vita,
è avere una mente pensante ed amare tutti e tutto.
Ringraziando ogni anima sensibile, esprimo la mia gioia al pianeta in cui sono stata chiamata a compiere, anch’io, la mia missione, come ogni essere vivente.
Grazie!
Silvana Pagella
CONTAVO LE ONDE
Stanotte ho sognato
ch’ero seduta,
con le ginocchia piegate,
sulla spiaggia in riva all’oceano
e contavo le onde,
una per una,
non avevo paura alcuna
che m’inghiottissero.
Le onde antiche e canute
erano più di cento,
più di mille,
più d’un milione,
più d’un miliardo.
Erano onde perfette
che s’alzavano e s’abbassavano
a ritmo col tempo
e con la loro cresta
di schiuma bianca
parevano sfiorare il firmamento,
formando infiniti ponti cristallini
fra il mare il cielo
come fossero brillanti arcobaleni d’acqua.
Stavo lì, in estasi.
In seguito a quel preciso istante
mi destai
e compresi che non mi trovavo più
sulla riva dell’oceano
a contare le onde;
ma nella realtà d’ogni giorno.
E pensai che sulla spiaggia oceanica
non c’erano rimaste neppure le mie orme.
Silvana Pagella
NONNINA, TI RICORDO
Mia dolce nonnina,
con le trecce scure,
intorno all’ormai canuto capo,
ti rivedo nel mio ricordo
e mi sembra ancora di percepire
le mille storie di Lobbi
e quella de ”Il cane di San Giuliano”
che solo tu mi sapevi raccontare.
Io, bambina,
me ne restavo intrappolata
nei racconti del tuo intelletto.
Io e te eravamo come due mondi
che s’incontravano e s’intendevano
alla perfezione.
Mi dicevi sempre ch’ero brava e buona
e che sarei stata una donna forte,
capace di vedermela con la vita,
malgrado la fisica spasticità.
Incoraggiavi il mio futuro
col tuo limpido e quieto sorriso,
sembrava che tu intravedessi già
ciò che sarebbe stato di me
in quel giorno lontano
in cui non ci saresti stata più
a tenermi per mano.
Ora parecchi anni sono trascorsi
ed io, donna,
ti rivedo così com’eri;
potente come una roccia
dirimpetto alle numerosissime avversità
che la vita non risparmia.
Rammento che il tuo motto era
“Andare avanti!”
Me l’hai insegnato tu. Ricordi?
Stai tranquilla, nonnina!
Io ho assorbito ogni tua parola
ed il tempo implacabile
non potrà mai cancellare
dal mio cuore
questo tuo prezioso insegnamento.
Il nostro legame era formato d’amore:
amore incondizionato.
Verso la fine della tua esistenza,
mi raccomandasti d’ascoltare gli altri;
ma soprattutto di seguire
la voce del mio intuito.
Silvana Pagella
Alessandria, lì 8 10 2004
LETTERA APERTA AD UNA DOTTORESSA
Gentilissima dottoressa D’Amico,
esattamente, trentadue giorni dopo dal mio primo messaggio contro l’inetta ed ingrata dottoressa Gianfranca Massetta torno a riscriverLe, ricomunicandoLe il mio sdegno verso l’anestesista da Lei inviatomi, considerandola un’ottima persona. Purtroppo, come sa, i fatti si svolsero contrariamente del pensato. Avendomi somministrato dei farmaci che non avrebbe dovuto perché il mio corpo è già colmo di medicinali. L’ha affermato, pure, il dottor Bello, il mio saggio e sincero neurologo.
Infatti, mi praticò, violando la mia volontà e senza il mio consenso, l’anestesia breve, ma intensa, ( nell’arco di quei dieci, o, quindici minuti, non ero cosciente ), non parziale, come quella praticata da Lei, cinque anni or sono. Ricorda? ( Il lavoro dentistico era il medesimo!)
Dottoressa, sono più di quarantacinque anni che sono nelle mani di medici, lo sa perfettamente. A partire dal famoso professor Milani Comparetti, ( Firenze ), fratello maggiore del ben più noto don Lorenzo milani comparetti: prete scomodo; ma nessun dottore si è mai permesso di trattarmi come la specialista Massetta. (Si vergogni!)
La medichessa Massetta, ( dov’è tutto il suo studio e tutta la sua bravura? ), è considerata, da me stessa: maleducata, umiliante, burbera, invadente, disprezzante, maldestra, altezzosa, ipocrita, menefreghista, disumana, disonesta ed incapace di prestare ascolto ad un paziente disgraziato come me e cosi via.
Sia maledetta per sempre!
La Massetta è innanzitutto, come l’ho definita in poesia “, un boia.” Sì, è come il più crudele boia americano.
Voi, medici, lo sapete benissimo che nessun paziente va trattato, come la Sua collega ha trattato me.
Immaginiamoci, un’affetta da tetraparesi spastica ed in più una paralisi destra, sopraggiunta sei anni fa.
Si sarebbe meritata la denuncia sia da parte mia, sia da parte di mia madre.
Dottoressa, spero che comprenda quanto rancore covo nel mio interno.
Il medico deve essere molto più umile del paziente più umile.
D’altro canto bisognerebbe restare sempre umili e piccoli di spirito, anche con più lauree e specializzazioni. Soltanto così si è grandi davanti agli occhi del mondo!
Per il nostro ospedale alessandrino, so, che ella non vale nient’altro che una misera gallinella avente il verso d’un gallo indigente.
Se, la Massetta, procederà di tale passo, un giorno pagherà tutto il male che ha fatto ai suoi pazienti, ( ne conosco più di uno ), ad elevatissimo prezzo. Sono certa. Infatti, essa non è stata, nemmeno, minimamente apprezzata dal mio dentista: il distinto dottor Palazzo.
Questa mia lettera, dottoressa, rispecchia la verità tutta intera ed ho scritto tutto ciò alla luce del sole, non c’è nulla da nascondere, anzi, avrei dovuto descriverLe qualcosa in più; ma ho preferito limitarmi fin qui per non peggioraLe la situazione.
Augurandomi che non succederà mai più ciò che è accaduto, Le porgo i più cordiali saluti
e L’esprimo l’augurio d’ un buon proseguimento politico.
Con una solida stima.
Silvana Pagella
P.S. Non attendo più risposta alcuna. Grazie!
QUANDO NON DUBITERAI PIU’ DI TE STESSO
Quando non dubiterai più
né di te stesso, né degli altri,
lentamente, scomparirà
in te,
ogni minima traccia di stanchezza.
Quando ti sentirai rincuorato
d’ogni parola umana,
velocemente, germoglierà
in te,
l’aurora d’una nuova esistenza
densa di vibranti poesie.
Quando sorriderai
al sole
sarai come rinato ai quattro venti.
Silvana Pagella
RICORDO I MIEI PRIMI PASSI
Avevo circa nove anni.
Ero da poco tempo rincasata dall’Istituto fiorentino “Anna Torrigiani” per le vacanze estive.
Mi trovavo in aperta campagna, a Lobbi, nella casa della nonna paterna.
Una mattina mi svegliai, mi alzai e sentii che mi stava accadendo qualcosa di nuovo e di sorprendente. Dopo essere stata lavata e vestita dalla mamma, al termine della colazione entrai, gattonando, nella sala.
Mi piaceva molto andare a giocare nella sala; ma quel giorno avrei fatto qualcosa di diverso e di importante. Infatti, appena entrata, senza essere vista da nessuno, appoggiai le mani sul tavolo di legno e mi sollevai in piedi.
Provai a fare alcuni passi, ma caddi.
Riprovai e questa volta mossi il primo barcollante passo. In seguito a quel preciso istante ne mossi altri e camminavo autonomamente.
Conscia del successo straordinario chiamai la mamma che stupita si fregò gli occhi, ma il dubbio non c’era: io camminavo da sola. Da sola!
Quel giorno di luglio ero lieta come una pasqua e tra me pensavo: “ Com’è bello camminare! Com’è bello usare le proprie gambe!”
Le catene della mia spasticità fisica sarebbero rimaste, certo!
Però, con l’ausilio della mia ferrea forza d’animo le avrei alleggerite.
La sera, quando mi coricai nel mio lettino, sarebbe stato difficile scorgere una bambina più felice di me, tutta vibrante com’ero per la gioia di quella giornata memorabile, ma io immaginavo i progressi che si sarebbero prolungati nei giorni avvenire.
Silvana Pagella
ALLA BEATA DI CALCUTTA
Cara “Matita di Dio.”
Tu sulla terra scrivesti:
“ La vita è una opportunità, coglila.”
Tu l’hai colta con i piccoli.
Tu affermasti:
“ la vita è bellezza, ammirala.”
Tu l’hai ammirata con occhi puri.
Tu dimostrasti:
“ La vita è beatitudine, assaporala.”
Tu divenisti Beata.
Tu dicesti:
“ La vita è un sogno, fanne una realtà.”
Tu hai realizzato il disegno divino.
Tu dettasti a me:
“ La vita è una sfida, affrontala.”
Tu la sfidasti con la Tua Arma Segreta.
Tu parlasti sulla carta:
“ La vita è un dovere, compilo.”
Tu l’hai compiuto per Cristo.
Tu dichiarasti:
“ La vita è un gioco, giocalo.”
Tu fosti la Bambolina dell’Onnipotente
nelle Sue mani.
Tu confermasti:
“ La vita è preziosa, conservala.”
Tu la conservasti per i Tuoi poverelli.
Tu feci eco a noi:
“ La vita è una ricchezza, non sciupatela.”
Tu non hai sciupato nemmeno un attimo
della Tua esistenza.
Tu dicesti:
“ La vita è amore, godine.”
E Tu ce l’hai fatto godere .
Tu riscrivesti:
“ La vita è mistero, scoprilo.”
Tu hai scoperto che il vero mistero
è il tesoro della povertà.
Tu riconfermasti:
“ La vita è promessa, adempila.”
Tu c’insegnasti a mantenerla.
Tu convincesti:
“ La vita è tristezza, superala.”
Tu l’hai superata più di mille volte.
Tu riaffermasti:
“ La vita è un inno, cantalo.”
E l’inno più bello lo cantasti Tu.
Tu ammettesti:
“ La vita è una lotta, vivila.”
Tu hai lottato per gli indifesi.
Tu intonasti:
“ La vita è gioia, gustala.”
Tu l’hai fatta gustare agli altri.
Tu ridicesti:
“ La vita è una croce, abbracciala.”
Anche Tu hai abbracciato la Tua.
Tu riparlasti:
“ La vita è un’avventura, rischiala.”
Tu, come non tutti, rischiasti l’impossibile.
Tu sorridendo dicesti:
“ La vita è pace, costruiscila.”
E la pace l’hai costruita, tu,
alla terra affamata di Dio.
Tu pensasti:
“ La vita è felicità, meritala.”
Quanta felicità ha meritato il Tuo cuore!
Tu pregasti:
“ La vita è vita, difendila.”
Tu hai difeso la vita degli ultimi.
Grazie, Madre Teresa di Calcutta!
Silvana Pagella
SEMPRE, UN SORRISO
a Mara Enrica Scagni
Sempre, un sorriso
sia d’un imperatore,
sia d’un re,
sia d’un presidente,
sia d’una sindachessa,
sia d’un assessore,
sia d’un consigliere,
sia d’un cittadino comune,
o noto,
sia d’un mendicante,
sia d’un frugoletto,
sia d’un sofferente
varrà per secoli e secoli
più del platino,
più d’ogni pietra preziosa.
Sempre, un sorriso!
Silvana Pagella
PREGHIERA D’UNA DONNA IN ATTESA
Una giovane
e futura mamma,
trovando aperta
la porta d’una chiesa.
Vi entrò,
s’inginocchiò
all’altare.
Dirimpetto a lei
stava un grande crocifisso.
Contrariamente d’ogni altra donna,
così, pregò:
“Signore,
fa che la creatura
che porto in grembo,
normodotata non sia.
Concedimi la forza
di comprenderla
e di amarla.
Donami solo
nel cuore
una fede stabile
e nell’intelletto
una profonda saggezza.”
Silvana Pagella
LOURDES
Particella
di pace eterna
caduta sulla terra,
piccole dame
dall’ilare viso
sotto ceruleo velo,
tristezze,
ansie
e sofferenze dimenticate,
sfera
di luce divina
inviata dal cielo,
fiammelle di preghiera
che ardono mute
sotto le stelle,
dolce sguardo
della Mamma celeste
nella verde quiete del colle,
voci accattivanti
del Creatore e del Salvatore
che chiamano all’Amore ogni uomo:
questa è Lourdes!
Silvana Pagella
LA VITA NON HA CONFINI
Una vita coi confini non esiste;
non è mai esistita.
La vera vita non conosce confini,
non conosce estremità alcuna!
La vita,
soprattutto umana,
va vissuta in piena libertà
e degnamente,
seppur soffrendo non invano,
fino all’ultimo respiro.
La vita
gode della bellezza,
gode della fantasia,
gode della poesia
gode del sorriso,
del reciproco rispetto.
E, come, si sa,
ogni vita ha una sua storia,
intimamente,
tutta singolare e particolare.
Ogni persona fa una storia
e, dopo la vita,
lascia un’impronta nella storia.
La vita è un “sì” infinito alla pace,
un “sì”all’amicizia.
La vita è un nucleo d’amore,
custodito in fondo al cuore dell’uomo.
La vita è luce, è gaudio, è speranza,
nonostante le avversità.
La vita è un arcobaleno di mille colori.
La vita non ha confini!
Silvana Pagella
CORIANDOLI DI PACE
Coriandoli di pace
dai mille colori,
scendete dalla volta azzurra,
spargetevi in tutto il globo.
Solleticate il cuore della gente
all’accordo universale.
Inducete a riflettere ed a meditare,
tutto il mondo,
che la pace bisogna amare,
che per la pace è necessario lottare,
che la pace bisogna abbracciare,
lasciando sulla terra visibili tracce
di intramontabili arcobaleni.
Coriandoli di pace,
fate che sventoli alta,
costantemente,
seppur senza vento,
la raggiante bandiera dei sette colori!
Silvana Pagella
GIORNATA QUIETA
Giornata quieta,
giornata tersa,
giornata fresca,
giornata rosea
di pace profonda
rincuora me stessa,
rinfranca il mio cuore,
ritempra il mio intelletto,
riaffiora i miei ricordi,
irrobustisci le mie membra,
rafforza le mie vene poetiche.
Ascolta,
fa di me una poetessa socievole,
solare e lieta
più d’una pasqua,
nonostante
le ennesime delusioni,
malgrado
le incancellabili avversità causate,
non dalla vita;
ma dalla perversità disumana
e dall’indifferenza della gente.
Giornata di stasi che sei, oggi, in me!
Silvana Pagella
COME UN CIRRO DI MAGGIO
Talvolta,
l’esistenza universale
è come un cirro di maggio
che varia,
imprevedibilmente,
di colore e d’aspetto;
ma è pur sempre esistenza
nell’esistenzialità.
L’esistenza!
Silvana Pagella
VOGLIO TENERE STRETTO OGNI RICORDO
Voglio tenere stretto ogni ricordo
e custodirlo in fondo al cuore.
Voglio sorridere quando mi penso bambina.
Voglio rammentare i miei barcollanti passi.
Voglio rimembrare la prima volta che scrissi il mie nome.
Voglio arieggiare della mia prima lettura.
Voglio tenere presente il mio primo pensiero.
Voglio rivedere le mie prime scoperte.
Voglio rievocare la mia prima poesia.
Voglio richiamare alla mente le mie prime simpatie.
Voglio riecheggiare dei miei primi lanci verso l’età adulta.
Voglio tenere stretto ogni ricordo!
Silvana Pagella
RITARDO LUNARE
al dottor Cosimo Palazzo
Il mio cuore
è, tuttora, in torpore
e rivanga, come un’esperta talpa,
nel terreno della mia vita.
La mia fisicità dorme ancora
come una bimba oppressa
di percepire menzione
e subire occultazioni mediche.
“Perdona!
Domani sarà la primavera
dell’anima.
Domani sarà la primavera
dell’anima!”
Mi sussurra soavemente
il trillo d’un usignolo,
intanto, lassù,
la luna per farmi attendere,
s’attarda a comparire!
Silvana Pagella
[…] La grande storia del Mela Come dico sempre: “le cose non accadono mai per caso”. In questi giorni sto leggendo il libro-testimonianza, di una persona, un medico, un malato, che ho conosciuto 2 anni fa al Covegno Giovani OFTAL. Il dottor Mario Melazzini. Affetto dal 2005 di SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), lo spauracchio per noi neurofisiopatologi. Ricordo molto bene le sue parole al convegno. E ricordo ancora quella sera di ottobre di 2 anni fa in cui io ed Ema nel mio studio, fino a notte inoltrata, abbiamo riascoltato e trascritto le sue parole (per leggere cliccare qui). […]
[…] Come dico sempre: “le cose non accadono mai per caso”. In questi giorni sto leggendo il libro-testimonianza, di una persona, un medico, un malato, che ho conosciuto 2 anni fa al Covegno Giovani OFTAL. Il dottor Mario Melazzini. Affetto dal 2005 di SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), lo spauracchio per noi neurofisiopatologi. Ricordo molto bene le sue parole al convegno. E ricordo ancora quella sera di ottobre di 2 anni fa in cui io ed Ema nel mio studio, fino a notte inoltrata, abbiamo riascoltato e trascritto le sue parole (per leggere cliccare qui). […]